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Reportage da Atene – Le mobilitazioni contro i tagli al sistema pubblico in Europa si stanno succedendo in queste settimane, dalla Gran Bretagna e L'Irlanda all'Italia e la Grecia, con una radicalità, che coinvolge prevalentemente i giovani, stretti in una morsa di precarietà che elimina la possibilità di guardare con fiducia al futuro. In tal senso, la Grecia ha rappresentato una sorta di laboratorio, sia sotto il profilo delle mobilitazioni che sotto quello dei tagli, dal momento che l'attacco speculativo-finanziario è partito proprio da qui. Il 15 dicembre uno sciopero generale, preceduto da imponenti scioperi di settore, ha bloccato il Paese. La protesta si contrappone ai tagli durissimo agli stipendi del settore pubblico e privato, imposto dalla cosiddetta Troika, che ha il compito di “suggerire” misure di austerità in cambio del debito elargito dal Fondo Monetario Internazionale e dall'Unione Europea.
Il corteo di Mercoledì, dove partecipava il Sindacato (GSEE), il Partito Comunista, il Synaspismos (Unione della Sinistra) e frange di vari gruppi del radicalismo greco, si presentava immediatamente imponente, nonostante l'attesa di scontri, che quasi sempre accompagnano le mobilitazioni ad Atene. L'atmosfera, però, alla partenza è rilassata, con decine di striscioni, bandiere e cartelloni, che rivendicano un rovesciamento immediato delle politiche del Governo, che aumentano vertiginosamente povertà e disoccupazione.Prima che il corteo parta intervisto Patrikios, esponente dei Giovani del Synaspimos, partito che alle ultime elezioni ha avuto circa il 5% dei consensi:In molti Paesi europei, si susseguono mobilitazioni e vertenze contro le scelte dei governi. Cosa pensi della situazione europea? Noi sosteniamo le lotte in tutta Europea, perché le ragioni del disagio sono comuni, dato che hanno tutte origine nell'esplosione del sistema speculativo della finanza, che ha condotto alla crisi di questo modello di sviluppo. Non solo, penso che la soluzione possa essere solamente internazionale, poiché si tratta di avanzare una visione politica differente, che sostenga i salari medio-bassi, le pensioni, l'istruzione e che colpisca le grandi rendite finanziarie.Come si combatte così il debito?Il debito è un'arma politica, utilizzata per colpire i diritti sociali. Il Giappone ha un debito intorno al 220%, mentre la Grecia si aggira intorno al 120%. Perché il Giappone non è stato costretto a prendere misure simile alle nostre?La Sinistra, in Grecia come altrove, si presenta divisa. Come si può sconfiggere il neoliberismo in questa maniera?Bisogna trovare uno spazio di unità, perché la Storia dimostra, sin dal 1917, che nessuna trasformazione rivoluzionaria è praticabile senza un certo grado di unità, per tale ragione noi siamo favorevoli ad un'unità di azione tra le forze della sinistra.Cosa intendi per trasformazione rivoluzionaria, una Rivoluzione elettorale?Noi dobbiamo organizzarci per prendere in mano il nostra destino, senza abbandonarlo all'arbitrio della classe dominante. Non si tratta solo delle elezioni, le quali rappresentano un passaggio necessario, ma di una azione continua attraverso le mobilitazioni, le vertenze e le lotte, che trasformi l'attuale sistema di sviluppo, che non regge più. In tal senso, si tratta di una Rivoluzione che coinvolge la società tramite una serie di strumenti ed azioni.La violenza, qua in Italia e in Inghilterra, ha contraddistinto le ultime manifestazione. Qual'è la vostra posizione in proposito?Noi non possiamo contrapporre una violenza pari a quella dello Stato: non abbiamo manganelli, lacrimogeni e pistole. Tuttavia, negli ultimi tempi, siamo stati costretti ad utilizzare alcune pratiche per difenderci dalla violenza delle forze dell'ordine. La nostra domanda di trasformazione costituisce di per sé una forma di violenza nei confronti del potere, così come il nostro tentativo di crescere ed organizzarci. In alcune circostanze storiche, come la resistenza o la lotta alla dittatura militare qua in Grecia (1967-1974 n.d.r.), la violenza era una necessità inevitabile. In definitiva, noi non siamo né a favore né contro, poiché è la congiuntura storica a determinare gli strumenti della trasformazione rivoluzionaria. Gli scontri, ovviamente, segneranno per l'ennesima volta la giornata di lotta greca, con lancio di molotov, sassi e bastoni, verso la polizia, banche assaltate e vetrine rotte. In particolare, Hatzidakis, ex ministro del Centrodestra viene assalito per strada dai manifestanti, dopo essere stato apostrofato da migliaia di cittadini come «ladro» e «delinquente».La solidarietà di tutte le forze politiche non tarda ad arrivare, eppure un altro elemento mi stupisce. Il giorno dopo, al Centro Nazionale di Ricerca, i commenti sono di tono opposto: la maggior parte delle persone che si attarda a fumare o a prendere il caffè prova un senso di soddisfazione malcelato per l'accaduto, visto che lo considerano responsabile di molti sfaceli della Cosa pubblica in Grecia.Mentre sento questi commenti, i miei pensieri si dirigono verso l'Italia: forse anche gli scontri romani, al di là dei Black bloc e dei provocatori, è la spia di un grado di discredito della politica istituzionale, che comincia a sdoganare pericolosamente la violenza contro la politica di palazzo.Probabilmente, allora, non basta condannare giustamente tutte le forme di violenza, ma bisogna cominciare a praticare una politica migliore nelle istituzioni, che preveda autentica democrazia, libertà e giustizia. Altrimenti, vedremo più fiamme nelle strade e meno idee in Parlamento. Giorgio Stamboulis |