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Una storia di lavoro PDF Stampa E-mail
Racconti Sociali - Racconti Sociali
Scritto da The Fog   
Martedì 24 Marzo 2009 12:51

Negli ultimi giorni, la provincia di Ravenna ha assistito a due tragiche morti maturate in cantieri edili: la prima, a Madonna dell’Albero, dove ha perso la vita Ionut Bogdan Stratulat; la seconda a Bagnacavallo dov’è è morto un ottantenne in un cantiere.
Molte parole e interventi politici si sono spesi in questi giorni, come spesso avviene in queste occasioni. Eppure, ci sembra che in questo coro di cordoglio manchi qualcosa. Che le parole che ogni volta vengono lanciate in queste occasioni, siano insufficienti, forse appesantite dalla loro triste ritualità e, a volte, poco convincente retorica.
Allora abbiamo deciso di non riportare la cronaca degli avvenimenti così noti e delle reazioni ampiamente divulgate, ma di raccontarvi una storia. L’autore ha cercato di trasmettere quello che sentiva e che pensava mancasse, a voi l’ardua sentenza.


Un martedì qualunque, la sveglia suona alle 6.15 del mattino. Molti di voi potrebbero rabbrividire all’idea di svegliarsi a quest’ora, ma dopo tre anni di lavoro per me è diventata una normale routine.
Le mie azioni sono gesti meccanici senza alcun pensiero: faccio il caffè, mangio qualche biscotto, mi lavo i denti, mi vesto. Quando esco di casa, la mia mente comincia finalmente ad ingranare e inizio a riflettere sulla giornata che mi attende, tentando di non cavarmi gli occhi mentre guido sotto la pioggia battente di fine Marzo.
Il tempo è terribile: le nuvole sono dense e rovesciano scrosci continui di acqua, sotto un vento gelido, che rende inutile qualsiasi ombrello. Da piccolo avrei guardato dalla finestra una giornata del genere, immaginando quale strana forza si nascondesse dietro tutto questo e temendo qualche sinistro presagio e, allo stesso tempo, sognando qualche avventura che prendeva vita tra i miei incubi.
Oggi l’unica mia preoccupazione è il portone aperto del magazzino e il nastro trasportatore delle merci in arrivo. Lavoro in un magazzino dove ogni mattina vengono scaricate migliaia di merci da dei camion che li sputano su un nastro trasportatore. Il mio compito, per almeno tre ore, è di spuntare le merci in arrivo con una pistola laser che legge i codici a barre. Il resto è gestione del magazzino.
Non è una mansione esaltante, lo so, e certamente vorrei trovare qualcosa di meglio. Ma avere un posto fisso di questi tempi è già un privilegio, per cui non mi lamento troppo e tiro avanti, come tutti del resto.
Oggi, però, penso al portone e al nastro perché la pioggia con questo vento entrerà sicuramente dentro infradiciando il nastro, le merci e soprattutto il sottoscritto. Non è la prima volta che succede e la cosa mi secca parecchio perché sicuramente tornerò a casa con l’umidità che mi è entrata nelle ossa e un po’ anche nella mente.
Il tragitto dalla macchina all’entrata del magazzino non dista più di 20 metri, tuttavia riesco a bagnarmi per bene, così giusto per entrare nel clima di quello che mi attende. All’entrata c’è Simone, il mio collega: siamo entrambi impiegati di magazzino e abbiamo il compito di gestire la parte burocratica dello smistamento merci e della gestione dei dati.
Lui è un tipo in gamba, conosce tutte le procedure e vive per il lavoro. Cioè, non so se è proprio così, ma dà quest’impressione, dato che è sempre informato su tutto e fa molto più di quel che dovrebbe, senza mai lamentarsi. Non che con questo sia uno sottomesso, anzi è sempre pronto ha dire la sua, ma senza alzare la voce. La scorsa settimana, ad esempio, è venuto l’audit (il controllo generale che avviene ogni sei mesi), per controllare i nostri standard, visto che facciamo parte di una nota multinazionale e dovremmo garantire le stesse prestazioni da Ravenna a Pechino, nonostante siano posti con esigenze molto diverse. Bene, dopo che hanno controllato che tutto fosse in regola, Simone gli ha fatto notare, ai nostri cari controllori, che una tettoia per lo scarico merci che coprisse il portone, non farebbe proprio schifo quando piove. Peccato che sia da due anni che la chiediamo.
“Buongiorno” mi dice con il suo solito sorriso. Qui uno dei protocolli dice che bisogna sorridere ed avere maniere familiari tipo Macdonald, all’inizio è piacevole, ma dopo un po’ diventa faticoso.
“Buongiorno” rispondo.
Sono le 7.05 e il nastro comincia a scorrere.
Bip, Bip, Bip
Il suono monotono della pistola riesce ad emergere al di sopra degli scrosci di pioggia. Solitamente, qualche chiacchiera mattutina rompe il regolare ripetersi delle merci spuntate, ma stamattina con la pioggia che ci cade in testa e comincia, lenta ed inesorabile, a penetrarci nelle scarpe, la voglia di comunicare è ridotta a zero.
Finire diventa l’unico imperativo categorico.
Bip, Bip, Bip.
Il lento incedere del nastro batte i suoi rintocchi.
Alle 8, i miei piedi sono totalmente inumiditi e l’acqua comincia a formare ampie pozzanghere all’interno del magazzino, che ondeggiano mosse dal vento. Gli involucri non fanno in tempo a scorrere che sono già infradiciati, anche perché il nastro è sempre più zuppo d’acqua.
Il ragazzo che lavora di fianco a me e scarica i pacchi non dice una parola, mentre probabilmente maledice il giorno in cui a lasciato il Nord Africa per questa terra piovosa. In realtà, ovviamente, appena finiremo di scaricare passerà questa atmosfera depressa, ci berremo qualcosa di caldo alla macchinetta automatica e finiremo il lavoro con maggiore spirito positivo. Ma in questo momento sembra ancora tutto così lontano.
Il nastro gira perché alimentato da un cavo industriale di energia elettrica. I cavi sono ricoperti da un ampia gomma isolante che impedisce che l’energia crei qualche corto circuito e l’acqua bagni i fili che conducono l’elettricità. Per questo l’acqua da fastidio, ma non fa paura.
Bip, Bip, Bip.
Sono le 9.30, ancora pochi minuti e avremo finito di scaricare. Oggi le merci erano fortunatamente meno del solito.
Un sordo boato interrompe la mia mente e rimane silenzio.
Un cavo scoperto da troppo tempo mai aggiustato, una lamina di metallo per condurre, una tettoia mai applicata; così finiscono i miei giorni.
Non avrei probabilmente lasciato alcun segno tangibile del mio passaggio negli anni a venire. Non sarei diventato un ricco miliardario, un personaggio famoso o una faccia su un cartellone pubblicitario. Non sarei finito sulla copertina di Vogue e nemmeno di Forbes. Sinceramente, nemmeno mi dispiace.
Però, una cosa vi chiedo: perché in un paese dove si invoca la vita, io devo finire così?
Una cosa la so: vivere, sì lo volevo.


The Fog


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