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Storie di ordinaria crisi…e follia PDF Stampa E-mail
Racconti Sociali - Racconti Sociali
Scritto da Deborah Bandini   
Lunedì 30 Marzo 2009 09:51

Non so voi, ma io ho notato che negli ultimi mesi stanno chiudendo alcune fabbriche. Ho sentito che alcuni amici hanno perso il lavoro. Ho sentito altri amici che solo qualche mese fa si lamentavano di essere precari, definirsi fortunati della loro condizione. Ho sentito che alcuni asili hanno più posti liberi perchè “i figli me li bado da solo se sono in cassa integrazione”. Ho saputo proprio oggi che in alcune piccole aziende si stanno facendo riunioni sulla crisi. Non so voi, ma io mi sento preoccupata.

E’ così che oggi è toccata a me. Sono a pranzo fuori. Squilla il telefono. E’ la mia collega Paola. Che palle sono in ferie, cosa vuole? Vabbè dai lo ammetto un po’ mi fa pure piacere sentirla. Passiamo insieme sette ore al giorno. Sto più con lei che con mio marito. Siamo anche amiche. Però certe volte la strozzerei. Come ora. Interrompe il mio lauto pasto per darmi una notizia. E poi non poteva aspettare? Si tratta di martedì. Devo andare un’ora prima al lavoro. C’è una riunione aziendale per parlare della crisi? E poi che cavolo c’è da dire sulla crisi? Sul momento sono proprio seccata. Mi sembra una delle solite riunioni in cui il capo o meglio “la capa” si lamenta della scarsa produzione, del fatto che non si vende abbastanza, sul fatto che ci dobbiamo dare tutte più da fare. Ma come cavolo faccio a darmi più da fare? Come cavolo posso fare a convincere la signora Pia a comprare due etti e mezzo di prosciutto anziché due etti e venti? E poi diciamocelo: uno dei grossi problemi dell’azienda è che chi l’amministra è una vera pazza. Immaginate una bigotta. Una che più bigotta non si può. Una che passa i suoi giorni a parlare di quanto sia “facile” la sua parrucchiera, di come si veste quando esce, di come si rapporta al sesso maschile con lasciva sensualità. Una che nei suoi week-end liberi sale su una di quelle corriere assurde, piene di vecchietti e malati terminali che intonano canti religiosi, e se ne va Lourdes o in qualche altro santuario a pregare e se ne torna con le reliquie più assurde e kitsch. Immancabilmente ce n’è una anche per me. L’ultima volta mi ha portato un quadretto luminoso con Padre Pio. Una cosa orrenda. Forse il santo ha sentito i miei pensieri e mi ha fatto tamponare. Un mese di collare. Insomma avete capito il tipo? Sì? E invece no non potete aver capito perché questa donna è la stessa che arriva al lavoro ancora strafatta dalla sera prima. E’ una che tira di coca con la figlia trentenne e che è perennemente in lacrime perché il rappresentante di turno non si è fatto più sentire. Ecco. Ora anche voi state pensando a Psyco. Insomma Paola. Va bene. Verrò un’ora prima martedì. Riattacco il telefono. Mi mangio l’ultimo boccone del mio lauto pranzo. Poso la forchetta. Inizio a ricollegare il cervello: riunione-martedì-crisi. E subito penso a quelle operaie di Forlì lasciate a casa. Alla mia amica mai più riassunta. A quell’altra amica che riceve lo stipendio ogni due mesi. A chi invece se lo può scordare perché il capo se ne è scappato in Brasile a ballare la lambada. A quell’articolo assurdo, che ho letto, su quegli operai che si spartivano le ore di lavoro. Mi alzo da tavola. Dove vai, cara? Chiede mio marito. E nella mia mente balenano le immagini più assurde. Noi tutti in cerchio che ascoltiamo il capo che ci dice che siamo in difficoltà. Che tutte noi dobbiamo fare dei sacrifici. Paola con il suo pessimismo si alza esce dalla stanza e piange perché è stata assunta solo da un anno e sicuramente toccherà a lei andarsene per prima. Caterina, che ha un contratto a tempo indeterminato, ma è la più giovane di noi, che dice che no una soluzione si trova per non licenziare qualcuno, che possiamo ridurre l’orario di lavoro, ma che insomma una soluzione si deve trovare. Fabio, che invece batte il pugno sul ginocchio e dice che no lui non ci sta, ha appena iniziato a pagare il mutuo della casa e lui vuole lavorare ad orario pieno. Non è disposto a scendere a compromessi. E io in tutto questo me ne sto a guardare. Non dico una parola non riesco a credere che tutto questo stia accadendo. Sembriamo dei cani in gabbia che lottano per un pezzo di carne. No non ci sto. Le lacrime di Paola mi rimbombano in testa così come la razionalità di Caterina e i pugni chiusi di Fabio mi martellano le tempie. Nella mia testa tutto si fa buio. Mi alzo e spacco la sedia in testa al capo. Inizio a tirare tutto giù dagli scaffali faccio un casino. Olio, pasta, frutta tutto in terra. Nel negozio si crea presto il panico e i colleghi cercano di fermarmi ma io non ci sto. Mi dirigo a passo veloce dietro il banco dove teniamo i coltelli per salumi e formaggio. Sono decisa a fare una strage. Ehi, cara? Che c’è? Mio marito mi scossa la spalla. Ho la faccia beata mi dice. Perché sorridi così? Martedì abbiamo una riunione. E allora? Sulla crisi. E allora che c’è da ridere? Niente. Stavo sognando ad occhi aperti.

Deborah Bandini


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