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La crisi greca e il futuro dell’Europa PDF Stampa E-mail
Mondo - Politica
Scritto da Massimo D'Angelillo   
Giovedì 20 Maggio 2010 08:10
la crisi greca

In fondo, la tempesta finanziaria scatenatasi nei giorni scorsi sulla Grecia potrebbe persino riuscire a rafforzare la costruzione europea.

La crisi è nata dal fatto che il precedente governo greco, retto dal leader della destra populista Kostas Karamanlis, ha devastato i conti pubblici (qualcosa che ricorda il caso italiano?) e mentito a Bruxelles, dichiarando un deficit largamente inferiore a quello reale, e a quello consentito dagli accordi tra i paesi dell’area Euro.

Quando è diventato chiaro che per la dimensione del debito accumulato la Grecia rischiava l’insolvenza (come l’Argentina nel 2001), i “mercati”, cioè i grandi investitori internazionali hanno visto una ottima occasione per speculare puntando sul ribasso dell’Euro.

In questo incoraggiati dalla indecisione europea, e in particolare di paesi come la Germania, oscillanti per un mese tra l’esigenza dell’assoluto rigore (fare fallire la Grecia, cacciarla dall’area Euro) o in qualche modo aiutarla, quanto meno prestandole denaro in cambio di un impegno a rientrare nei parametri di indebitamento concordati.

Alla fine (7 maggio) la soluzione si è trovata, mettendo in piedi per questo e per eventuali casi futuri) una gigantesca rete di salvataggio (750 miliardi di Euro), fatta di regole più stringenti di controllo sui paesi aderenti all’Euro e di prestiti-ponte per consentire ai paesi in crisi di rientrare dalle difficoltà.

Si è colmata così una fondamentale lacuna degli accordi fondativi dell’Euro, che all’epoca non avevano troppo fiduciosamente previsto che per mala gestione un paese aderente potesse finire in una situazione di default.

La vicenda si sarebbe così risolta, almeno per l’Europa (per i sacrifici che i cittadini greci dovranno sopportare per riassorbire gli sperperi dell’epoca Karamanlis è ovviamente tutta un’altra storia) positivamente.

Se non fosse per l’attacco politico all’Euro scatenato da gran parte dell’opinione pubblica anglo-americana.

Un attacco preparato dalla stampa (la definizione di PIGS per paesi come Portogallo Irlanda/Italia Grecia e Spagna), poi scattato in modo coordinato allo scoppiare del caso greco, con declassamenti da parte delle agenzie di rating e ondate speculative da parte delle banche d’affari, le stesse che nel 2008 avevano portato al crack l’economia USA.

Una di queste banche, Goldman Sachs, guarda caso, era stata consulente del governo Karamanlis, nel mascherare il debito pubblico, e quindi possedeva probabilmente  informazioni di prima mano.

A causa delle difficoltà di una economia che pesa meno di quella di un Land tedesco, si è iniziato a parlare di “disintegrazione dell’Euro”, di creare un Euro-Nord e un Euro-Sud, addirittura di “crisi europea”.

Cosa si dovrebbe dire allora delle croniche difficoltà di bilancio della California, Stato ben più grande della Grecia e spesso sull’orlo del fallimento: che il dollaro è destinato a scomparire?

Stiamo assistendo in realtà al tentativo di ridimensionare l’Europa. L’Euro è una presenza ingombrante, che fa ombra al dollaro e sempre più lo affiancherà come valuta di investimento e di scambio.

L’Europa è portatrice di un modello sociale che attira anche l’opinione pubblica statunitense, come la riforma sanitaria di Obama ha dimostrato.

In economia, con tutti i suoi limiti, l’Europa è autosufficiente, con flussi di esportazione che superano le importazioni, esattamente l’opposto di quanto avviene negli USA e in Gran Bretagna.

In politica estera l’Europa è un contrappeso agli Usa, verso il Medio Oriente, l’Africa, il Sud America. Tende a risolvere le controversie con il negoziato, non con le aggressioni militari.

L’Europa quindi va fermata. Si capisce che così possano pensarla, oltre Oceano, i fautori di un modello unipolare, liberista e imperialista. E’ amaro constatare che così la pensino anche diversi commentatori ascrivibili in Italia a uno schieramento “progressista”, da Federico Rampini di “La Repubblica” a Lucio Caracciolo della rivista “Limes”.

 

Massimo D’Angelillo


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